Francesca

Io lo so che sono fortunata a vivere qui, a Verona. È una città strepitosa, meravigliosa e piena di opportunità. In quasi dieci anni di vita qui mi sono arricchita di nuove esperienze, ho conosciuto gente interessante, ho stretto amicizie e i miei occhi sono stati rapiti dal bello. Ho creduto che questo mi sarebbe bastato. Che ce l’avrei fatta ad afferrare tutta la città con i bimbi. Ma non è così. Sono invecchiata, la schiena mi fa malissimo, Sofia è sempre più pesante e le bimbe della sua età sono ormai troppo grandi per accontentarsi di canticchiare con noi. La città va via da noi, questa è la verità. Venerdì scorso c’era il sole e Bruno ha cominciato ad implorarmi di uscire. Ero sola, ho appoggiato le mani sul lavandino del bagno e mi sono guardata allo specchio. Mi son detta due tre cose in dialetto tarantino con molta convinzione: Mè manisct!  Cugghim l ferr e assim.!

Ho pensato di voler essere una mamma normale, una di quelle che se ha due figli di otto e dieci anni e decide di andare a fare la spesa o di andare al mare lo può fare. Punto! Venerdì faceva caldo, faceva molto caldo anche nel mio cervello, infatti ho vestito i bimbi, li ho caricati in auto –  mi si è bloccata la schiena- e sono andata all’Esselunga a fare la spesa promettendo a Bruno di portarlo subito dopo ad un mega super parco giochi. A parte i dieci minuti di organizzazione per capire come spingere la sedia di Sofia insieme al carrello e tenere contemporaneamente la mano di Bruno, sono stata orgogliosa di noi tre. Veramente fiera.

Poi all’altezza dei peperoni Bruno è caduto e Sofia ha cominciato a digrignare fortissimo i denti. Allora con le mie tre mani, si credo me ne sia spuntata una terza, ho tenuto lui in braccio – dolore alla quinta vertebra – e ho spinto Sofia e carrello. Il resto è confuso: siamo entrati alle 11,00 siamo usciti alle 14,30! In mezzo tutto un delirio di acqua e pappa per Sofia, spesa senza senso, ragionamenti infiniti con Bruno per insegnargli ad usare la bilancia e le etichette. Vabbè alle 14,30 ero fuori con 35 gradi. Li ho ricaricati in auto, ho caricato la spesa e ops… cacca Sofia. Ancora. 

-Torniamo a casa Bruno?

-Noooooo ma perchè non possiamo andare al parco?

Sempre da mamma normale come tuuutte le altre mamme capisco che lui non solo è un sibling( fratello di bimba con disabilità e con una serie di movimenti emozionali strambi) ma è lui stesso un bambino con difficoltà. 

-Ok andiamo al parco!

Sofia la cambio in auto e partiamo alla ricerca di un parco inesistente. Fa caldo, ci perdiamo in campagna, la spesa va a farsi benedire nel cofano, il parco fantasmagorico trovato su Google non esiste. Scendiamo stremati un attimo e ci aggrediscono le zanzare. Lui sbraita e lei ha una crisi epilettica. Io tengo duro, come farebbe una mamma normale. Rientro a casa alle 17,30! 

Ora, avrei potuto chiamare almeno due persone e raggiungerle da qualche parte o semplicemente chiedere una mano. Il punto è che io non elemosino mai. Ma credo non si tratti di questo. Sono sicura che qualcuno mi avrebbe detto “Dai vieni con noi” dove con noi è sempre qualcosa all’apparenza semplice. Come quel giorno in cui ci hanno invitati in montagna per una grigliata. Solo che la griglia era a valle i tavoli in cima. Bello, molto bello. Per gli altri.

Il punto è un altro comunque. Non mi piace suscitare pena. Il punto è che quel giorno lì, quel fottutissimo venerdì di sole mi mancava mia sorella. Ecco l’ho detto! E mentre lo scrivo mi vien da piangere cavoli, tutte le lacrime che non ho pianto dinanzi ai peperoni rotolati in terra. Mi mancava mia sorella e il suo arrivare prima della mia richiesta di aiuto. Il suo vedere il sole prima di me e decidere di regalarmelo. Il suo pensiero sulla spesa prima che il frigo sia vuoto, il suo pensiero su Bruno prima che lui chieda di andare al parco e il suo sguardo su noi, prima, prima che io chieda. Quel giorno lì mi mancava mio padre, e mia madre e il nulla di una contrada di campagna che però mi chiama e mi avvolge prima che io ceda a testa bassa riconoscendo che no, no e poi no, non sono una mamma normale. E per questa mamma sui generis la città di Verona scappa via! Scapperebbe via anche New York o Bari. Le persone come me appartengono a chi le vede, a chi sa che aprire un portone e riuscire ad uscirne è la vera sfida del giorno. Io sono di chi in mezzo alla fatica del diario della sua vita ha appuntato su di una una pagina: aiutare Mariangela, stare con Sofia, controllare se la griglia è accanto al tavolo. È così semplice il bene di mia sorella Francesca, è fatto di occhi che si soffermano su di noi. È così immensamente grande questa semplicità .

4 pensieri su “Francesca

  1. Teresa dice:

    Ma è compicato essere Francesca se la nostra incapacità di capire ciò che serve a una mamma con esigenze speciali, non viene corretta con grande naturalezza e senza vergogna o ipocrisia. Perchè tanto orgoglio? Io credo che basta chiedere, e un aiuto lo si trova. Quando mi capita di pretendere il contrario, poi mi ravvedo perchè capisco che gli altri, con i loro problemi o finti tali, non devono avere per forza la capacità di anticipare quello di cui ho bisogno quando con il mio nipotino disabile sono in difficoltà nel caricare o scaricare la spesa. Mi creda signora, basta chiedere.

  2. Giovanna Montanari dice:

    Ho avuto un ictus nel 2004 ,ora ho 69 anni,sono disabile e capisco la difficolta di chiedere aiuto e di sentirsi normali Ammiro Mariangela Tari per la sua forza e il suo grande coraggio a lottare ogni giorno per condurre una vita normale coi suoi figli .Purtroppo non e’ vero che basta chiedere per essere aiutati …si ricevono anche dei no e dei silenzi di abbandono …ma tiremm innanz .Giovanna Montanari Imola

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